Dal 24 settembre è in libreria “L’italiana in bicicletta“, il romanzo d’esordio di Pina Maria Rinaldi. Un viaggio attraverso l’anima e le esperienze di una giovane donna italiana che affronta le sfide dell’emigrazione che l’autrice, al suo esordio nella narrativa, ha raccontato a alberobello.vivila.online
Quando nasce la passione per la scrittura?
Direi già alle scuole elementari: ho da poco ritrovato una vecchia cartellina contenente una raccolta di fiabe scritte a mano, su dei fogli rilegati con un nastrino. Avrò avuto 10-11 anni al massimo. Anche durante il periodo universitario mi dilettavo a scrivere racconti brevi, per lo più per bambini, ma non ho mai provato a pubblicarli. È stato durante la pandemia che ho riscoperto il piacere della scrittura partecipando a diversi concorsi letterari per tenere la mente impegnata, e non mi sono più fermata.
Cosa ha ispirato il romanzo “L’italiana in bicicletta”? C’è un episodio personale che ha contribuito alla creazione di questo libro?
Sono stata anch’io un’emigrante, anche se in condizioni ben diverse da quelle della protagonista. A ventitré anni mi sono infatti trasferita a Santiago del Cile, a seguito di quello che avrebbe dovuto essere un breve viaggio premio. Alla fine, senza neanche rendermene conto, ci ho passato quasi otto anni! Questa esperienza è stata lo spunto per il romanzo, volevo raccontare le emozioni e le sfide di chi lascia la propria terra e affronta una realtà diversa.
Perché ha scelto proprio il titolo “L’italiana in bicicletta”? Cosa rappresenta questa immagine?
La bicicletta ha un ruolo funzionale alla storia, ma l’ho scelta soprattutto per la sua valenza simbolica. È da sempre emblema di indipendenza ed emancipazione e ha avuto un ruolo molto importante tra ‘800 e ‘900 nella definizione della nuova immagine di donna, andando a sfidare i pregiudizi dell’epoca.
Come è nata l’idea del personaggio di Serafina?
Volevo mettere in scena un personaggio in apparenza fragile, ma dotato di una forza di volontà e di una resistenza granitiche. Serafina è minuta e introversa; è messa alla prova sin da bambina con la morte prematura di sua madre, eppure non si abbatte. È sempre pronta a rimboccarsi le maniche e ricominciare, anche dopo le tragedie che affronterà da adulta, e decisa a proteggere i suoi sogni anche quando gli imprevisti sparigliano le carte.
Cosa rappresenta il viaggio in Cile per Serafina come personaggio e cosa significa in termini più simbolici?
È suo padre a imporle il trasferimento, si tratta dell’ennesima decisione che Serafina subisce e a cui non può sottrarsi. Per questo motivo è da subito diffidente, quasi ostile nei confronti del Cile tanto da progettare il rientro in Italia appena possibile. In termini simbolici, il viaggio è rinuncia al proprio mondo, alla propria essenza. È il distacco dagli affetti più cari e dai sogni che ha coltivato in segreto per anni. È confronto con una realtà che le è sconosciuta e priva di punti di riferimento, un salto nel buio a cui non si sente pronta.
Quanto è importante l’ambientazione cilena per la narrazione della storia?
La scelta del Cile non è casuale e non è motivata solo dalla mia esperienza personale. A differenza di quanto accadde in Brasile e in Argentina, prese d’assalto da una moltitudine di braccianti e analfabeti, in Cile sbarcarono soprattutto imprenditori, commercianti e professionisti che seppero integrarsi da subito nella realtà locale e rivestirono anche ruoli di primissimo piano. Volevo raccontare l’emigrazione da un altro punto di vista e mettere in risalto il prezioso contributo degli italiani in quelle terre.
“I lividi non l’avevano scoraggiata.” Questa frase rappresenta la resilienza di Serafina. Quanto è importante per lei come autrice trasmettere un messaggio di resistenza e coraggio?
Fondamentale. Seguire le vicende di un personaggio che affronta sfide terribili e grandi sofferenze, e vederlo rialzarsi ogni volta, vuol essere un messaggio di speranza. C’è un pensiero per me molto significativo: non puoi dirigere il vento, ma puoi sempre orientare le vele. È quello che prova a fare Serafina, senza mai darsi per vinta.
Può raccontarci il processo di scrittura per questo primo romanzo? Ci sono stati momenti particolarmente difficili o intensi nel portare alla luce la storia di Serafina?
La fase di ricerca è stata appassionante: grazie all’archivio storico della ‘Gazzetta del Mezzogiorno’, allora Corriere delle Puglie, ho avuto accesso a tutti gli articoli di cronaca, cultura e società dell’epoca, potendo immergermi nell’atmosfera di inizio secolo scorso. Ho poi raccolto informazioni sulle traversate transoceaniche e mi si è aperto un mondo, grazie a documenti e testimonianze inestimabili: i menù di bordo, le liste di passeggeri, le brochure pubblicitarie dei piroscafi. E infine sono approdata, grazie a fotografie d’epoca e libri ormai fuori circolazione, al Cile del primo Novecento. È stato un viaggio affascinante. A seguire, mi sono dedicata alla progettazione del romanzo, fase impegnativa e rigorosa per far quadrare tutto, e infine alla stesura vera e propria, che ha assorbito completamente le mie giornate, tanto da farmi perdere spesso la cognizione del tempo.
Nella scrittura del libro, quanto è stata importante la componente autobiografica? Ci sono elementi di se stessa che ha inserito nel personaggio principale?
Indubbiamente c’è una componente autobiografica, per quanto distante sia la mia esperienza da quella di Serafina in termini di scelta, di possibilità di mantenere i contatti e di tornare indietro. Nonostante queste differenze, però, ci sono emozioni universali che accomunano chi abbandona, per scelta o necessità, la propria terra che spero di essere riuscita a trasmettere: l’inquietudine nell’affrontare “il nuovo mondo”, l’inevitabile nostalgia di casa ma anche le speranze di chi ha la possibilità di riscrivere il proprio futuro. Quanto ai punti di contatto tra me e Serafina, ce ne sono diversi: l’insopportabile tendenza ad arrossire in situazioni di imbarazzo, lo scarso e inesistente senso dell’orientamento, ma anche la tenacia e la determinazione nel perseguire i propri obiettivi.
La frase “Le grandi imprese iniziano tutte con l’audacia del primo passo e il bruciore delle cadute” sembra riassumere lo spirito del romanzo. In che modo questa idea di resistenza e perseveranza caratterizza Serafina e la sua storia?
Serafina non si lascia scoraggiare dalle cadute. È sempre pronta a rimettersi in gioco e prova a trovare un appiglio che le ridia lo slancio anche in situazioni disperate. È un personaggio ostinato che non perde di vista la propria strada, nonostante gli scivoloni e le deviazioni in cui si imbatte.
Cosa spera che i lettori e le lettrici portino con sé dopo aver letto “L’italiana in bicicletta”? Qual è il messaggio che vorrebbe lasciare?
Spero di aver raccontato una bella storia che regali ai lettori qualche ora di evasione, che li faccia viaggiare indietro nel tempo e alla scoperta del Cile. Oltre ai valori del coraggio, della perseveranza e della forza di rialzarsi, il romanzo vuole rendere omaggio alla laboriosità e al genio degli emigranti italiani, ma anche alle comunità che hanno saputo accoglierli e integrarli.
Emanuela Miraglia


